Meno lavoro, più vita: il nuovo equilibrio secondo il IX Rapporto Censis-Eudaimon
Il lavoro non è più totalizzante: non rappresenta più il fulcro dell’identità personale né la principale priorità di vita. È questo il messaggio che emerge con chiarezza dal IX Rapporto Censis-Eudaimon, presentato a Roma il 24 febbraio 2026, che fotografa un profondo cambiamento nel rapporto tra italiani e lavoro.
Il 55,1% dei dipendenti dichiara che fare carriera non è una priorità. Ancora più significativo è il dato sul senso del lavoro: il 65% degli occupati afferma che capita di smarrirlo. Anche la dimensione economica contribuisce alla disillusione: il 55,4% ritiene che la retribuzione non consenta di risparmiare, il 52,4% pensa che con il lavoro non si diventi benestanti e il 78,9% non si sente riconosciuto e valorizzato. Il lavoro resta necessario, ma perde la sua centralità simbolica e progettuale.
Il disagio legato alla dimensione lavorativa è diffuso: il 68,3% degli occupati sperimenta stanchezza fisica, psichica ed emotiva, il 54% soffre di ergofobia – ossia ansia o paura al pensiero di recarsi al lavoro – e il 21,7% dichiara di soffrire della sindrome dell’impostore. A ciò si aggiunge una percezione distorta alimentata dai social media: il 64,4% ritiene che veicolino un’immagine del lavoro fuorviante e irreale.
Emergono anche nuove pratiche e nuovi atteggiamenti. Il 43,9% esercita il cosiddetto “right to disconnect”, evitando di rispondere a mail o chiamate fuori dall’orario di lavoro (percentuale che sale al 57,7% tra i giovani). Il 32,5% considera il job hopping – la pratica di cambiare frequentemente lavoro – più efficace della fedeltà aziendale per migliorare il reddito, mentre il 51,1% preferirebbe lavorare in un’azienda di cui condivide i valori piuttosto che in una che offre una retribuzione più elevata.
In questo scenario, il tempo per sé diventa centrale: l’88,2% degli occupati ritiene che avere tempo per il proprio benessere debba essere un diritto riconosciuto a tutti e il 71,3% è convinto che esistano le condizioni per ridurre il tempo dedicato al lavoro. Si afferma così un vero e proprio “downshifting” del lavoro nelle priorità di vita.
In uno scenario in cui l’attenzione si sposta sul benessere complessivo, il welfare aziendale assume un peso crescente. L’87,4% dei dipendenti considera il wellbeing aziendale – inteso come benessere fisico, mentale e relazionale – imprescindibile sul lavoro, mentre l’83,6% si attende un impegno dell’azienda per il benessere complessivo della persona. Il 71,6% sceglierebbe un nuovo posto di lavoro anche in base alla qualità del welfare offerto e l’84,1% ritiene che i servizi di welfare migliorino produttività e motivazione.
La conoscenza dello strumento è ormai diffusa: l’87,2% degli occupati dichiara di conoscere il welfare aziendale. Dal lato delle imprese, il 92% delle medie e grandi aziende ha attivato forme di welfare, riconoscendone effetti positivi su utilizzo, soddisfazione dei lavoratori, engagement e clima interno.
Tra i servizi più richiesti figurano:
- Buoni pasto (59,5%)
- Assistenza sanitaria (57,7%)
- Buoni carburante (29,4%)
- Buoni acquisto (26,1%)
- Voucher per attività sportive, culturali e ricreative (16,4%)
- Contributi per il trasporto pubblico (14,8%)
I dati del IX Rapporto Censis-Eudaimon restituiscono l’immagine di una trasformazione culturale già in corso: il lavoro resta centrale, ma non più esclusivo. Cresce invece la domanda di equilibrio, riconoscimento e benessere complessivo, dentro e fuori l’ambiente lavorativo.





