XXIV Rapporto annuale INPS: genitorialità e lavoro
Essere madri o essere padri non è un elemento neutrale nella definizione della modalità con
cui la genitorialità si riflette sul percorso e la crescita professionale e lavorativa dell’individuo.
Si parla infatti di:
● child penalty per le madri, in quanto mediamente si assiste a una caduta dei redditi e
del tempo lavorato, o della stessa presenza delle madri sul mercato del lavoro;
● child premium per i padri in quanto generalmente la loro condizione sul mercato del
lavoro ha un miglioramento in seguito alla nascita dei figli.
Il XXIV Rapporto annuale INPS, pubblicato nel mese di luglio 2025, effettua un’importante
analisi sull’utilizzo dei congedi parentali e sull’impatto della genitorialità sul lavoro delle
madri e dei padri che hanno avuto figli tra il 2012 e il 2013, seguiti per i successivi 12 anni.
I congedi parentali sono stati utilizzati in numero maggiore dalle madri e spesso optando per
soluzioni di lungo periodo. I padri, invece, restano marginali poiché pochi hanno usufruito dei
congedi, e quando lo hanno fatto, è stato per periodi molto brevi.
Infatti il 63% delle madri del campione analizzato, ha usufruito almeno una volta del congedo, di
queste solo il 41,1% lo ha utilizzato per un tempo superiore ai 180 giorni. Solamente l’8,33% dei
padri ne ha usufruito almeno una volta, e di questi, il 4,2% lo ha utilizzato per più di 180 giorni.
Questa disparità è una componente cruciale della “child penalty”, poiché attribuisce alle madri
gran parte dell’onere della cura, con conseguenze inevitabili su carriera e reddito.
Anche l’impatto della genitorialità sul lavoro è asimmetrico tra madri e padri. I padri, in
media, non subiscono penalizzazioni, ma al contrario possono beneficiare di un miglioramento
salariale. Le madri invece subiscono una significativa penalizzazione, legata a diversi fattori,
quali:
● numero di figli: con il crescere del numero di figli, cresce anche la penalizzazione
salariale. Il recupero del salario avviene con diverse modalità a seconda del numero di
figli.
Il rapporto INPS evidenzia che per le donne che hanno avuto figli negli anni 2012-
2013, si rilevano i seguenti dati:
➔ 1 figlio: ritorno ai livelli pre-nascita entro 3 anni;
➔ 2 figli: recupero entro 4 anni;
➔ 3 o più figli: penalizzazione ancora presente dopo 5 anni dalla nascita seppur non
significativa;
● età della madre alla nascita del primo figlio: è evidente come per le madri più giovani
la penalizzazione retributiva iniziale sia più forte ma con un recupero più rapido entro 3
anni dalla nascita del figlio; mentre per le madri dai 36 anni in su, la penalizzazione
retributiva risulta essere più contenuta ma il recupero è più lento.
Pertanto la caduta salariale è simile in entrambi i gruppi al momento della nascita registrando un crollo
intorno al -10% rispetto all’anno precedente alla nascita del figlio.
La reale differenza emerge nel recupero in quanto le madri che hanno un’età compresa
tra i 20 anni e i 35 anni tornano al livello pre-nascita entro il 3° anno di vita del figlio; mentre le madri dai 36 anni ai 45 anni fanno maggiore fatica a tornare al livello pre-nascita.
Una possibile spiegazione è relativa al fatto che le madri più giovani, se restano occupate, tendono ad avere percorsi lavorativi più dinamici e maggiore accesso a progressioni salariali, mentre le madri più anziane potrebbero ridurre l’impegno lavorativo volontariamente o essere meno flessibili nell’orario o nel lavoro, rallentando il recupero salariale.
● area di residenza: le madri residenti al Nord subiscono una caduta retributiva più
marcata subito dopo la nascita dei figli rispetto alle madri del Sud, ma recuperano più
rapidamente in quanto le differenze si annullano entro il secondo anno dopo la nascita.
Tutto ciò accade per un maggiore utilizzo di strumenti di conciliazione come congedi e
aspettative che abbassano la retribuzione osservata ma non implicano un abbandono del
lavoro;
● settore lavorativo pubblico vs privato: anche in questo caso la differenza è marcata
fra Nord e Sud. Nel Mezzogiorno la probabilità di uscita dal mondo del lavoro per le madri
è più alta. Infatti nell’anno di nascita del figlio, il tasso di uscita tocca il 26% al Sud, contro
il 18% del Centro-Nord. Tutto ciò indica una maggiore fragilità del mercato del lavoro
femminile nel Mezzogiorno, probabilmente legata al minor accesso ai servizi per
l’infanzia, minor presenza di grandi imprese con strumenti di conciliazione e minore
attenzione nella protezione dell’occupazione.
Questi aspetti impattano moltissimo sul reddito pensionistico lordo medio fra i generi,
rimarcando delle carriere lavorative discontinue e più povere per le donne. È quindi spesso
frequente l’abbandono del mercato del lavoro da parte delle donne e, per le donne con figli che
decidono di rimanere nel contesto lavorativo, si accentua un divario retributivo con l’arrivo di
ogni nuova nascita.
Per maggiori dettagli è possibile leggere il XXIV Rapporto annuale INPS al seguente link:
https://www.inps.it/it/it/dati-e-bilanci/rapporti-annuali/xxiv-rapporto-annuale.html





