8 marzo, Rendiconto di genere INPS 2025: più istruzione, ma lavoro e pensioni restano in salita per le donne. Anche in Veneto

8 marzo, Rendiconto di genere INPS 2025: più istruzione, ma lavoro e pensioni restano in salita per le donne. Anche in Veneto

La Giornata internazionale della donna è un’occasione per andare oltre le dichiarazioni di principio e misurare, dati alla mano, la condizione delle donne nel nostro territorio. Il Rendiconto di Genere 2025 dell’INPS offre una base solida per farlo, restituendo una fotografia aggiornata che, letta in chiave veneta, evidenzia punti di forza e nodi ancora aperti.

Dal punto di vista della composizione demografica, il Veneto conta oggi oltre 4,8 milioni di residenti, con una leggera prevalenza femminile. Ma il dato davvero strategico riguarda la struttura per età: gli over 65 sono più del doppio dei bambini tra 0 e 14 anni. È il segno di un territorio che invecchia rapidamente e in cui la componente anziana – in larga parte femminile, grazie a una maggiore speranza di vita – assume un peso crescente.

Questo elemento non è solo statistico. Incide sull’organizzazione dei tempi di vita, sui carichi di cura, sulle scelte di maternità, sulla partecipazione al lavoro. In parallelo, l’età media al primo figlio continua a salire (31,9 anni nel 2024 a livello nazionale), segnale di un equilibrio tra stabilità professionale e progetto familiare sempre più complesso da raggiungere.

È dentro questa cornice che vanno letti i dati su istruzione e mercato del lavoro.

Il quadro relativo all’istruzione conferma una tendenza ormai strutturale: le donne studiano di più e ottengono risultati accademici rilevanti. Rappresentano la maggioranza dei laureati in quasi tutte le tipologie di percorso e investono maggiormente anche nella formazione post-laurea.

Per una regione come il Veneto, dove il sistema produttivo – manifattura evoluta, servizi avanzati, innovazione – richiede competenze qualificate, questo è un elemento centrale. Il capitale umano femminile è già oggi una leva decisiva di competitività.

Eppure, il passaggio dall’istruzione al lavoro non è sempre lineare. Già a un anno dalla laurea emergono differenze nei tassi di occupazione, soprattutto nelle discipline tecnico-scientifiche, dove gli uomini registrano percentuali più elevate. Non si tratta solo di numeri: è il segnale di una transizione che può ancora migliorare in termini di pari opportunità e valorizzazione delle competenze.

Rispetto all’occupazione, il Veneto si colloca tra le regioni più performanti in Italia. Nel 2024 il tasso di occupazione femminile (15-64 anni) è pari al 62,3%, contro il 78,0% degli uomini, per una media complessiva del 70,2%. Un dato superiore alla media nazionale, che testimonia la solidità del sistema economico regionale.

Tuttavia, il divario di genere resta significativo: quasi 16 punti percentuali separano uomini e donne. Anche il tasso di disoccupazione mostra uno scarto (4,1% per le donne contro il 2,1% degli uomini), mentre il tasso di inattività femminile è pari al 35%, a fronte del 20,3% maschile. È qui che si concentra una parte importante del potenziale ancora inespresso.

Il fenomeno dei NEET, pur con percentuali più contenute rispetto ad altre aree del Paese, coinvolge l’11,4% delle giovani donne venete contro il 6,7% dei coetanei maschi. Un dato che richiama l’attenzione sulle transizioni scuola-lavoro e sulla necessità di accompagnare meglio le giovani generazioni.

Sul piano contrattuale, permane una forte concentrazione femminile nel part-time. Anche quando non è una scelta, ma una necessità, il tempo parziale incide su redditi, carriere e prospettive pensionistiche. Nel settore privato, inoltre, le posizioni apicali e dirigenziali restano prevalentemente maschili: la presenza femminile diminuisce man mano che cresce il livello di responsabilità.

Un ulteriore elemento riguarda il differenziale retributivo. Nel settore privato, la retribuzione media giornaliera femminile risulta sensibilmente inferiore rispetto a quella maschile, con scarti particolarmente evidenti in alcuni comparti ad alta qualificazione. Nel pubblico impiego il divario è più contenuto, pur restando presente in specifici ambiti come il servizio sanitario, le università e gli enti di ricerca.

Su questi dati incidono molteplici fattori – tipologia contrattuale, diffusione del part-time, accesso alle posizioni di vertice – ma il risultato è chiaro: l’esperienza lavorativa femminile continua a essere mediamente meno stabile e meno remunerata.

Il quadro che emerge per il Veneto è quello di una regione dinamica, con livelli occupazionali elevati e un forte investimento femminile in istruzione, ma ancora attraversata da differenze significative nei tassi di partecipazione, nella qualità del lavoro e nelle opportunità di carriera. È una fotografia che interpella il sistema territoriale nel suo complesso – istituzioni, imprese, parti sociali – e che invita a considerare la parità non come un tema settoriale, ma come una componente strutturale dello sviluppo regionale.

Dentro questo scenario, il tema della famiglia assume un rilievo particolare, da cui emerge il nodo della conciliazione tra vita e lavoro. I dati del Rendiconto di Genere mostrano con chiarezza come le politiche di sostegno alla genitorialità e ai carichi di cura rappresentino uno degli snodi principali per ridurre i divari di genere nel mercato del lavoro. A livello nazionale, la fruizione dei congedi parentali resta fortemente sbilanciata. Nel 2024 le giornate di congedo parentale utilizzate dalle donne sono state 15,4 milioni (Veneto 1,8 milioni), a fronte di 2,8 milioni (Veneto 255mila) fruite dagli uomini.

Si tratta di un dato che conferma quanto la responsabilità della cura dei figli continui a gravare in larga misura sulle madri, a cui si affianca anche il tema dell’assistenza agli anziani. I dati mostrano come la gestione quotidiana dell’assistenza ricada prevalentemente sulle donne, con effetti diretti sulla continuità delle carriere lavorative e sulla possibilità di accesso a percorsi professionali più stabili.

Un tema specifico del Rendiconto di Genere è dedicato alla violenza di genere, un fenomeno che incide profondamente sull’autonomia economica e sulla partecipazione delle donne alla vita sociale e lavorativa.  Si osserva, in generale, che l’incidenza delle vittime di sesso femminile rimane preoccupantemente elevata per tutte le tipologie di reati, con percentuali che raggiungono anche il 85% per le violenze sessuali nel 2024, anche se il dato risulta lievemente in calo rispetto al 2023 (91%). Questi dati confermano la persistenza di una situazione di grave vulnerabilità per le donne. Negli ultimi anni il sistema di protezione sociale ha introdotto strumenti specifici di sostegno, come il congedo indennizzato per le lavoratrici inserite in percorsi certificati di protezione. A questo si affianca il Reddito di Libertà, un contributo economico destinato alle donne vittime di violenza per favorire percorsi di autonomia: nel 2025 questa misura ha raggiunto 2.904 beneficiarie (in Veneto 379).

Infine, la questione delle prestazioni pensionistiche e previdenziali, dove gli effetti cumulativi delle differenze che attraversano l’intero percorso lavorativo emergono con maggiore evidenza. A livello nazionale le donne sono numericamente più presenti tra i pensionati – 7,9 milioni di donne contro 7,3 milioni di uomini – soprattutto per effetto della maggiore longevità.
Tuttavia, l’importo medio delle pensioni resta significativamente più basso. L’assegno pensionistico medio mensile (pensioni vigenti) nel 2024 dei lavoratori dipendenti del settore privato è pari a 1.982,90 euro per gli uomini contro circa 1.047,70 euro per le donne, un divario di genere che sfiora il 47,7 % e che si riduce al 28,4% solo per i lavoratori del settore pubblico.  Le ragioni sono note e affondano nelle caratteristiche dei percorsi lavorativi: carriere più discontinue, maggiore diffusione del part-time e interruzioni legate alla maternità e alla cura familiare. Non a caso, tra i lavoratori dipendenti privati le donne rappresentano solo circa il 27% dei beneficiari delle pensioni anticipate, segno delle difficoltà nel raggiungere i requisiti contributivi più elevati. Il risultato è che molte donne arrivano alla pensione con assegni più contenuti, pur essendo più numerose tra i beneficiari delle prestazioni. È un elemento che richiama l’attenzione su un punto cruciale: le disuguaglianze che emergono nella fase pensionistica non nascono alla fine della vita lavorativa, ma si costruiscono progressivamente lungo tutto il percorso professionale.

Nel complesso, il quadro che emerge anche per il Veneto conferma una dinamica già osservata nei capitoli precedenti del Rendiconto: la partecipazione femminile all’istruzione e al lavoro rappresenta una delle principali risorse di sviluppo del territorio, ma continua a essere accompagnata da differenze strutturali che si riflettono sui redditi, sulle carriere e, nel lungo periodo, sulle tutele previdenziali. 

Noi di Veneto Welfare riteniamo che per favorire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro occorre sviluppare, attraverso la promozione di un sistema di welfare integrato, sempre più servizi che consentano la  conciliazione dei tempi di vita e lavoro. 

Sul fronte del welfare aziendale il Veneto si dimostra già un territorio attivo: dai dati del Ministero del Lavoro relativi ai contratti di secondo livello che prevedono premi di risultato e produttività, emerge che nel corso del 2024 quasi 2.200 accordi su 19.000 sono stati sottoscritti in Veneto (che è secondo solo a Lombardia ed Emilia-Romagna) e oltre il 60% di questi accordi prevede misure di welfare.

Rafforzare e diffondere ulteriormente queste esperienze, integrandole con i servizi territoriali, può contribuire a ridurre alcuni degli ostacoli che ancora oggi limitano la piena partecipazione delle donne al mercato del lavoro – dai carichi di cura alle difficoltà di conciliazione tra vita professionale e familiare – favorendo percorsi lavorativi più stabili e continui. In questa prospettiva, la collaborazione tra enti pubblici, imprese, parti sociali e realtà del terzo settore diventa un elemento fondamentale per costruire risposte più efficaci e vicine ai bisogni delle persone.

Ridurre i divari di genere non è solo una questione di equità: significa rafforzare il futuro del territorio, valorizzando pienamente il talento e le competenze delle donne come leva di sviluppo economico e sociale.